Storia di Michele

 

Sono la mamma di Michele, mi chiamo Silvana e ho 51 anni. Vorrei raccontare la nostra esperienza con l’handicap di Michele. Mio marito ed io ci siamo sposati nel ’75 e abbiamo desiderato un bambino dopo i primi 3 anni ma non arrivava e avevamo pensato anche all’adozione, quando finalmente al sesto anno di matrimonio si è presentata la gravidanza che abbiamo accolto con entusiasmo. La gravidanza è stato buona e Michele è nato senza grandi problemi nè sofferenze da parte mia .E’ stato un bambino testardo fin da quando l’ho portato a casa dal nido. Aveva le idee chiare fin dai primi giorni di vita, piuttosto caparbio da sempre. Michele ha frequentato la scuola materna a Cagliari, ha avuto 3 maestre e si trovato molto bene, giocava, era socievole, simpatico, rimaneva anche a pranzo e resisteva tranquillo fino alla 15,30, orario in cui andavamo a prenderlo. L’unico problema era dato dal fatto che Michele non voleva che gli disfacessero i suoi “capolavori” con le costruzioni Lego, erano scenate incredibili al punto da sbattere la testa violentemente sul pavimento.Questa era l’unica anomalia di comportamento; allora con le maestre che gli volevano veramente bene, risolvemmo  il problema con l’acquisto, da parte mia, di grandi bidoni di costruzioni. Giornalmente “pesavamo” i lavori di Michele, io lasciavo all’asilo il corrispettivo di costruzioni. Poi con somma attenzione dovevo trasportare a casa i suoi castelli e poi a casa, dopo parecchi giorni riuscivamo pian piano a convincerlo con fatica a disfarli. Lo sbattere la testa molto violentemente contro il muro e contro il pavimento è stato precoce, fin dai due anni di vita e si faceva veramente male, dunque dovevamo stare attenti a non contraddirlo. Crescendo fino ai 6 anni  sembrava tutto normale quando incominciarono ciò che noi pensavamo fossero incubi notturni, Michele si metteva a quattro zampe sul letto, sbarrava gli occhi, si straniva moltissimo e tremava per lo spavento. Dopo aver raccontato questi fatti alle maestre fummo consigliati di portare nostro figlio all’ospedale microcitemico; fummo ospedalizzati tre giorni, durante i quali furono fatti esami e fu osservato il comportamento di Michele. Siamo stati bene, avevamo un stanzetta per noi e non vi erano restrizioni di orario per le visite e il padre e il padrino di Michele, al quale lui è molto affezionato, al punto di chiamarlo “zio-babbo”,  potevano entrare liberamente. Alla fine di questi tre giorni il professore che dirigeva il reparto ci disse molto schiettamente che a Michele, in seguito all’elettroencefalogramma da sveglio in deprivazione da sonno, era stata diagnosticata l’epilessia. Io non volevo accettarlo “assolutamente” dissi di “no” per almeno 80 volte in modo deciso e il professore mi  scosse per le spalle e mostrandomi l’esame mi costrinse ad accettare la situazione. Mio marito rimase abbattuto più di me dalla notizia e tornammo a casa con un dispiacere enorme; poi ci siamo rimboccati le maniche e abbiano pensato a cosa potessimo fare per risolvere il problema. Il caso ha voluto che in questa disavventura incontrassimo colui che oggi è il primario di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Brotzu, nostro medico di fiducia per Michele. Questo medico è stato dolcissimo, ha presentato il problema con sense of humor, disse che lui aveva una somma esperienza e ci sarebbe stato sempre a fianco, ci diede il numero telefonico della sua abitazione per poterlo contattare 24 ore su 24, ciò ci rassicurò molto. Michele cominciò ad assumere la Carbamazepina (Tegretol) e da quel momento le sue capacità di apprendimento e la maturazione sono rimaste congelate. Io credo che il farmaco sia responsabile del blocco subito da mio figlio, anche se non è un mio campo di competenza, in quanto Michele all’asilo aveva dimostrato capacità superiori alla norma.

Lo iscrissi in una scuola elementare privata dove poteva trattenersi fino al pomeriggio, in quanto ciò agevolava i miei impegni lavorativi di interprete. Venne inserito in una classe di 30 elementi e le maestre mi dissero che Michele era disinteressato, si annoiava alla follia e si addormentava sul banco. Una maestra mi consigliò di trasferire  Michele, che forse non era abbastanza maturo per cominciare le elementari, in una scuola pubblica nella quale vi era una classe di soli 13 elementi in cui insegnava una sua amica. Seguimmo il consiglio e Michele fu trasferito nell’altra scuola diretta dallo stesso direttore della scuola materna da lui frequentata e che lo conosceva come un bambino che non era mai stato segnalato per il fatto che non stesse al passo con gli altri. Michele ha sempre apprezzato le situazioni nuove quindi questo trasferimento nel mese di febbraio, ad anno scolastico inoltrato, fu accettato senza pregiudizi. Dopo un paio di mesi fummo contattati anche da questa maestra che disse che Michele non seguiva, non si interessava, si annoiava e che era una crudeltà tenerlo in classe. Noi ci consultammo con gli insegnati della scuola materna che si recarono incredule dalla maestra dicendo che Michele aveva sempre dimostrato intelligenza superiore alla norma e che era dotato di una memoria eccezionale nell’imparare poesie e canzoni e recitarle. Io ebbi occasione di parlare anche con i bidelli che mi dissero che Michele all’interno dell’aula soffriva e che passava parecchio tempo con loro; un giorno quando andai a prenderlo lo trovai addormentato sopra una pila di giubbotti che aveva tolto dagli attaccapanni. Il caso volle che in quella stessa scuola vi fosse il “Gruppo H” composta da varie figure professionali che osservando Michele aveva dedotto che non era maturo per la scuola elementare, al che noi ci siamo spaventati e abbiamo chiesto il sostegno per l’anno successivo dopo aver consultato il medico di Michele. Ciò ci diede un grande dispiacere perché per noi Michele non era “assolutamente disabile” e non ci piaceva etichettarlo. Decidemmo comunque di provare, con l’intento di non chiedere più il sostegno se Michele fosse migliorato e si fosse messo al passo con gli altri; sarebbe stata un’esperienza.

Il sostegno non fu concesso subito e noi genitori decidemmo di mandarlo un altro anno alla scuola materna.

L’anno successivo andò nuovamente alla scuola elementare che apparteneva allo stesso circolo didattico della precedente, Michele, data la vicinanza alla nostra abitazione, poteva andare a scuola da solo e noi potevamo, dalle nostre finestre, osservarlo quando usciva in giardino. Fu inserito in una prima con 3 maestre e la sua prima insegnante di sostegno, molto dolce e comprensiva. Tra lei e le altre maestre però non vi era armonia e ciò compromise la permanenza di Michele il aula e conseguentemente l’integrazione. Neanche il Direttore didattico riuscì a porre rimedio a questo astio, per cui l’anno seguente fummo costretti a malincuore a chiedere il cambio dell’insegnate di sostegno. Michele fu affidato a un maestro molto dolce ma troppo permissivo che non riuscì a  gestirne l’esuberanza. Constatata la scarsa collaboratività con il gruppo delle maestre decidemmo di far cambiare scuola a Michele. Lo iscrivemmo in una scuola di borgata la cui direzione era affidata ad un membro del “Gruppo H”. Michele rimase in questa scuola per 2 anni, le maestre erano abituate a rapportarsi con una situazione di degrado sociale e non si spaventarono davanti alla situazione di Michele che imparò un mucchio di parolacce ma riuscì  a trovarsi a proprio agio.

Dopo questi due anni trasferimmo Michele in un’altra scuola elementare perché avesse nuovi stimoli. Il primo periodo si trovò molto bene ma poi sopraggiunse in lui una forte aggressività.

Un giorno per divincolarsi colpì violentemente un’assistente comunale e persino la sua insegnate di sostegno, con la quale aveva un ottimo rapporto, fu strattonata e riportò gravi conseguenze ad una spalla dovendo ricorrere a cure mediche.

Ciò ci diede un immenso dispiacere e spinse la preside a mandarci una lettera con la quale ci comunicava la sospensione di Michele in quanto doveva essere curato per le sue intollerabili manifestazioni di aggressività e la sua presenza non era tollerabile a scuola.

Michele era mortificato per l’accaduto in quanto ciò era avvenuto involontariamente.

Portammo Michele in ospedale dove rincararono la dose di tranquillanti che avrebbero dovuto permettergli di tornare a scuola.

Arrivò poi una lettera dal Tribunale dei minori con una convocazione che rese me e mio marito letteralmente terrorizzati. La scuola non ci aveva avvisato e temevamo che Michele ci venisse tolto.

Passarono 15 giorni prima del giorno della convocazione, giorni nei quali Michele non potè andare a scuola. Quando arrivammo al Tribunale dei minori avevamo le lacrime agli occhi; fummo accolti dal Presidente che ci rassicurò dicendoci che voleva sapere cosa poteva fare per aiutare noi e Michele a risolvere tale situazione.

Decidemmo di non far terminare a Michele l’anno scolastico, colpevolizzandolo per ciò che aveva fatto e dicendogli che sarebbe rimasto un “ciucchino” come Pinocchio.

Quando potè tornare a scuola Michele fu felicissimo in quanto per lui dover dire, a chi gli domandava quale scuola frequentasse, che era stato “buttato fuori” era una grande umiliazione.

Da allora il comportamento a scuola fu ineccepibile, imparò perfettamente la lezione. Alle scuole medie il primo anno ebbe un’insegnante poco volenterosa che per ciò che aveva letto su di lui temeva Michele, che non imparò nulla. Il secondo anno ebbe un’insegnante valida ma con la quale non avemmo occasione di comunicare in modo adeguato in quanto potevamo colloquiare solo una volta alla settimana e anche l’integrazione di Michele con i compagni non vi era. Avremmo voluto comunque la sua conferma per l’anno successivo perché nostro figlio sembrava sereno, ma per il terzo anno ebbe un’altra insegnante con la quale avemmo subito problemi per il fatto che accusava noi genitori di essere invadenti, comportamento che noi siamo ben felici di evitare quando la situazione non lo richiede. Non voleva contatti con noi che eravamo costretti ad affidare Michele ai bidelli affinché fosse condotto in classe. Alcune volte, quando durante la notte aveva avuto 3/4  crisi epilettiche, sarebbe stato necessario comunicarlo, ma ciò, come già detto, non fu possibile.

Oltretutto neanche durante quest’anno fu permesso a Michele di stare con i compagni dai rapporti con i quali traeva gioia e serenità. Questa insegnante inoltre si ostinava a non assegnare a Michele compiti a casa che, fino a quel momento, aveva sempre svolto e che gli occupavano un po’ del pomeriggio. Quando per iscritto chiedemmo che gli fossero assegnati i compiti lei ci rispose, tramite il preside, che non dovevamo intrometterci per quanto riguardava la didattica.

Dopo questo episodio ci fece comunicare che Michele doveva recarsi a scuola dopo aver fatto la doccia, anche quando le condizioni di salute non lo permettevano, in quanto durante la notte si erano verificate delle crisi.

Poco prima della fine del terzo anno l’insegnante ci disse che a suo giudizio, del preside e del consiglio di classe che Michele avrebbe conseguito un attestato di frequenza e non la licenza media.

Ciò gli avrebbe consentito di frequentare la scuola superiore ma non di usufruire del sostegno, penalizzando se stesso e la classe in cui sarebbe stato inserito. Poiché Michele non sa leggere, non sa scrivere ed ha problemi ad orientarsi, sarebbe stato un onere troppo pesante per i suoi insegnanti.

Per giustificarsi alla scuola media ci dissero che non potevano frodare lo Stato, facendo conseguire la licenza a Michele, perché avrebbero potuto subire una rivalsa da parte della Corte dei conti .

Noi e il  neuropsichiatra  infantile eravamo d’accordo perché Michele prendesse la licenza media e tramite una associazione, “L’ape laboriosa”, di cui sono tata vicepresidente, insieme ad altri genitori soci i cui figli erano nella stessa condizione di Michele, ci recammo al Provveditorato di Cagliari ed a  Roma al Ministero della pubblica istruzione, minacciando di sollevare n polverone e rendere noti i casi attraverso i media.

Dopo questi fatti arrivarono da Roma degli Ispettori che misero gli alunni in situazione di handicap, nelle condizioni di poter affrontare l’esame di licenza media sostenendo delle prove differenziate sulla base del P.E.I.. Così Michele ottenne la licenza media.

Oggi mio figlio frequenta volentieri un istituto professionale dove eseguito  con amore dall’insegnante di sostegno, con il quale anche noi genitori abbiamo un rapporto di collaborazione.

 

Quando lo specialista che ha in cura Michele si rese conto che l’epilessia che lo ha colpito è farmaco-resistente si rivolse ai colleghi dell’università di Cagliari, per Michele fu un susseguirsi di ricoveri lunghissimi in ospedale; firmammo il protocollo per la sperimentazione di nuovi farmaci ma senza risultati. Portammo Michele in diversi ospedali della penisola e a Verona, dopo una risonanza magnetica, videro che aveva una piccola formazione nell’ipotalamo che provocava le crisi. Dopo 2 anni a Prato fu diagnosticato un tumore benigno. Decidemmo di farlo operare, ma nessuno dei medici dell’equipes degli ospedali  italiani si assunse la responsabilità dell’intervento in quanto Michele rischiava di rimanere cieco o paralizzato o addirittura di morire. Allora mi rivolsi alle ASL per contattare medici nell’ambito della comunità europea e mandai la documentazione relativa alla malattia di mio figlio in Francia, in Germania e in Svizzera dove operava uno specialista dell’ottima scuola di Toronto. Nessuno di loro volle correre il rischio, troppo alto, dell’operazione in quanto l’ipotalamo è in una zona troppo interna del cervello sulla quale è difficilissimo intervenire.

Essendomi laureata negli USA ed avendo vissuto 5 anni nel Texas, pensai di scrivere una lettera molto accorata all’Associazione Nazionale Americana per l’epilessia, raccontando lo strazio di non poter far niente per mio figlio diciassettenne. Mi risposero che un giovane dottore, il più grande esperto di epilessia al mondo, sarebbe venuto in Italia di lì a poco per tenere un convegno a Ferrara. A lui era stata consegnata la mia lettera ed aveva accettato di incontrarci.

Con Michele e il suo padrino andammo a prendere il Dr. West al suo arrivo all’aeroporto di Milano.

Arrivò alcuni giorni prima del convegno e trascorse del tempo con noi avendo occasione di assistere alle crisi di Michele che lo colpirono notevolmente.

A Ferrara, al convegno, il Dr. West prese contatti con alcuni specialisti del San Raffaele di Milano e prima di ripartire fece fare a Michele una risonanza magnetica sotto le sue direttive, con le scansioni e i tempi da lui indicati.

Il Dr. West  prese a cuore il nostro problema e venne in Sardegna nostro ospite per 15 giorni durante i quali tenne anche una lezione all’università di Cagliari e presentò lo studio sul caso di Michele in base agli esami eseguiti Milano. Quando fu il momento di ripartire Dr. West ci disse di raggiungerlo negli USA perché potesse operare Michele che, secondo lui, avrebbe dovuto affrontare come unico rischio quello di diventare un po’ strabico.

Il 09/08/1999 a St. Antonio, in Texas, Michele fu sottoposto a 9 ore di intervento, gli fecero 7 buchi nel cranio ai quali vennero collegati 7 elettrodi intracerebrali che attraverso una treccia di fili erano connessi ad un computer che rilevava le scosse informando di quali zone del cervello venissero colpite. Dopo l’operazione Michele passò brutti momenti in quanto, ovviamente, era deprivato dei farmaci perché non interferissero con le rilevazioni del computer.

Dopo 3 giorni ricevemmo la visita del cappellano cattolico che diede l’Unzione degli infermi a nostro figlio, questo per noi fu un momento drammatico. Il 12 agosto Michele fu sottoposto a 12 ore di sala operatoria per asportare gli elettrodi e aspirare il tumore. Il Dr. West  per queste   21 ore di intervento si avvalse della collaborazione di 8 colleghi che lo raggiunsero da tutti gli USA.

Alla fine della operazione Dr. West, ancora in camice da chirurgo, mi abbracciò e mi comunicò la riuscita dell’intervento; mi fu concesso di stare accanto a Michele in rianimazione perché non si spaventasse al risveglio.

Michele si riprese prima del previsto, tanto che potè fare la doccia dopo 3 giorni e partecipò ad una conferenza nell’aula magna dell’Università del Texas a St. Antonio, dove erano presenti le principali emittenti degli USA; il Dr. West mi invitò, con mia grande sorpresa, a raccontare la mia esperienza riguardo alla malattia di Michele fino al momento dell’operazione.

Di noi si parlò anche su tutti i più importanti giornali americani e su Internet attraverso cui altre famiglie con lo stesso problema mi hanno contattato da tutto il mondo.

Dopo questa avventura a lieto fine io e il papà portammo Michele a NewYork, dove trascorremmo una bella vacanza. La zia newyorkese di mio marito ci invitò in un ristorante costosissimo, nel quale tutto è improntato allo stile delle monarchie medievali. Ma quando durante una scenografia Michele venne incoronato RE e gli altri commensali risero, lui, che da sempre coltiva una fantasia di essere un RE, ci rimase molto male, per cui la festa si rivelò un fiasco. Infatti Michele non gradisce essere contraddetto nelle sue fantasie e nei suoi giochi perché lui prende tutto sul serio.

Concludendo posso dire che in questi anni abbiamo vissuto esperienze positive e negative; abbiamo conosciuto persone che ci hanno aiutato tra cui medici molto umani e coscienziosi, ma anche altri meno disponibili ed attenti solo alla ricerca.

Abbiamo vissuto anche momenti molto tristi come quelli come quelli dei ricoveri coatti, dovuti all’aggressività di Michele, abbiamo dovuto affrontare persone ottuse ma sempre abbiamo lottato con forza perché il nostro Michele e tutti quelli che come lui hanno avuto dei problemi abbiano la migliore assistenza possibile. 

 

Silvana