INTEGRAZIONE COME PROGETTO EDUCATIVO CONDIVISO

Cagliari 23 novembre 2006

 

Il rapporto che si crea tra compagni di scuola è fondamentale, perché si cresce insieme e ognuno si dimostra una risorsa insostituibile per gli altri.

Il primo anno della scuola media superiore nella nostra classe era presente un ragazzo con disabilità.

Questo ragazzo passava il tempo fuori dall’aula, era spesso solo e non aveva nessun dialogo e nessun tipo di rapporto con noi compagni.

Avevamo delle grosse difficoltà ad interagire con lui, pensavamo che forse non aveva una grande importanza fare amicizia, il suo mondo ci sembrava tanto diverso.

Penso, invece, che i rapporti tra compagni di scuola siano il presupposto perché si crei integrazione.

Difatti, con il passare del tempo, la situazione è cambiata.

Abbiamo iniziato a svolgere attività scolastiche ed extrascolastiche tutti insieme, le sue attività sono diventate anche le nostre.

Era quasi sempre in classe con noi, quando non era possibile alcuni di noi uscivano con lui fuori dalla scuola a conoscere il quartiere, leggevamo insieme i cartelloni, imparavamo le regole stradali e facevamo acquisti per insegnargli ad utilizzare il denaro; lui imparava a leggere, a scrivere e far di conto, noi a fare gli operatori sociali.

Questo ci aiutò a conoscere meglio il nostro compagno, che non era antipatico ma, anzi, sapeva ridere, scherzare e mettere di buonumore.

La socializzazione con il nostro compagno, sia all’interno, ma anche all’esterno dell’ambiente scolastico, ci ha motivato e ci ha fatto capire quanto fosse importante creare un rapporto con lui.

Conoscendoci e studiando insieme, il rapporto con il nostro compagno, inizialmente inesistente e poi distaccato, si era trasformato in vera e propria complicità.

Un metodo utilizzato per promuovere l’integrazione reciproca è  stato il tutoring, che ci ha resi tutti insieme protagonisti nell’insegnamento e nell’apprendimento.

Lavoravamo quasi sempre in gruppo, verificando i pregi e i difetti di quella tecnica di lavoro.

A turno lo aiutavamo nello svolgimento dei compiti, ognuno di noi aveva un ruolo diverso, ma sempre importante nella realizzazione del progetto.

Noi applicavamo le regole del tutoring, ma spesso capitava che fosse lui a fare da tutor a noi, infatti, facendo diverse cose insieme, ci siamo accorte che in qualche occasione risultava essere più bravo di noi nel dire e nel fare e quindi potevamo imparare reciprocamente, l’uno dall’altro.

Durante le nostre attività extra scolastiche nelle scuole dell’infanzia, mentre noi, intimidite ed insicure, non sapevamo come rapportarci con i bambini, il nostro compagno si trasformava: era vivace, sapeva inventare, era spigliato, simpatico e competente, i bambini lo ascoltavano entusiasti e lo chiamavano “maestro”.

Fare questa attività con lui era un modo per confrontarci con il suo deficit del quale avevamo solo letto e studiato qualcosa, ma che fino a quel momento, non avevamo conosciuto così da vicino.

Lavorare, costruire qualcosa insieme, avere e riuscire a raggiungere degli obiettivi comuni è stata una delle attività più importanti per riuscire a creare un rapporto di complicità.

Per lui, l’esperienza di essere utile, di essere valutato e rispettato dagli altri, ha contribuito a formare un immagine di sé come persona valida.

Dopo tutto il tempo trascorso insieme, abbiamo capito che il nostro compagno non era tanto diverso da noi, ascoltavamo la stessa musica, avevamo gli stessi desideri, ci piacevano le stesse cose.

Raggiungere successi e anche degli insuccessi ha fatto nascere complicità, fiducia reciproca, amicizia.

Noi compagni lo aiutavamo a familiarizzare con il nuovo ambiente, incoraggiandolo e sostenendolo nei momenti difficili dell’attività didattica o nelle relazioni sociali, facendolo sentire, inoltre, benvenuto e accettato.

In questo modo, cresceva in lui la sensazione di benessere, di autostima e di fiducia nelle proprie capacità.

Abbiamo capito cosa significasse veramente integrazione solo quando si è creato un rapporto paritario con il nostro compagno, con lui ci capitava di litigare ma anche di scherzare.

A testimonianza di questo, quando con il prof. di sostegno avevamo deciso che, a turno, ogni mattina saremo andati a prenderlo a casa per poi, andare a scuola insieme, succedeva che ogni volta si discuteva perché lui arrivava sempre in ritardo e quando lo riprendevamo inventava un sacco di scuse, finivamo poi, col riderci su.

Per noi, è stato molto importante che attorno al nostro compagno, si formassero dei rapporti di amicizia con l’intera classe, tuttavia integrazione non significa necessariamente creare un rapporto di amicizia, ma è importante perché si sviluppi un progetto comune dove ognuno di noi valorizza il suo modo di essere diverso.

E’ inutile dire che, questa situazione non è possibile affrontarla da soli, ma è indispensabile una figura-guida che orienti verso l’integrazione.

Questa “guida”, nel nostro caso, era rappresentata dal professore di sostegno che non si occupava solo del nostro compagno, ma di tutta la classe.

Tutto questo non è solo utile, ma addirittura indispensabile.

Questa è stata una bellissima esperienza che ci ha fatto crescere, maturare e che non dimenticheremo mai, come tutti i pomeriggi che passavamo insieme a provare e riprovare le rappresentazioni teatrali che poi avremo messo in scena noi studenti e i bambini della scuola dell’infanzia con i quali abbiamo realizzato un importante progetto, così come è stato importante, mangiare insieme, ridere, scherzare e studiare.

Il tempo vola, sono cambiate tante cose, ma una cosa non è cambiata, il fatto che con il nostro compagno siamo sempre grandi amici.

 

 

Francesca e Silvia